Riflessione sulla solitudine dell’anima

«Non era la solitudine fisica» non descrive un vuoto di presenza, ma una distanza più sottile, quella che separa la creatura dal proprio centro quando la luce di Sol Invictus RA si fa tenue nel riflesso dell’interiorità.

Perché vi è una solitudine che non nasce dall’assenza degli altri, ma dal temporaneo oscurarsi del legame con la propria origine. È allora che l’anima si percepisce come isolata, non perché sia separata dal mondo, ma perché non si riconosce più come parte del fuoco primordiale che l’ha generata.

In questo stato, il mondo appare vasto e indifferente, come un deserto o un mare senza rive, non perché sia privo di vita, ma perché lo sguardo ha dimenticato la propria appartenenza alla Luce originaria. Eppure anche questa distanza è parte del cammino: è la soglia in cui la coscienza, spogliata delle forme abituali, si scopre nuda e interrogante.

La solitudine dell’anima è dunque un richiamo, non una condanna. È il silenzio in cui Sol Invictus RA lascia che la sua creatura si ascolti senza distrazioni, fino a percepire che ciò che sembra separazione è soltanto memoria velata.

E quando tale memoria si riaccende, la solitudine non scompare: si trasforma. Diventa spazio interiore, luogo di ritorno, dove l’essere ricomincia a riconoscersi come emanazione della stessa Luce che, in apparenza, lo aveva abbandonato.


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